Making Science Make Sense
Scientific leaders
Prof. F.Rossi
Il rapporto tra giovani e scienza e le nuove prospettive della ricerca scientifica: queste le
tematiche fondamentali al centro dell’intervista con il professor
Federico Rossi, Vice Presidente del CNR facente funzioni di Presidente, ordinario
di Ingegneria Gestionale all'Università degli Studi Federico II di Napoli, dove insegna Gestione
dei Sistemi Energetici, e Presidente della Rete Nazionale dei Nuclei di Valutazione e Verifica
degli Investimenti Pubblici.
In passato, ha ricoperto, fra gli altri, i seguenti incarichi: Rettore dell'Università degli
Studi di Cassino, Segretario Generale della CRUI, Sottosegretario di Stato al Ministero
dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, Consigliere del Ministro Berlinguer nel
primo Governo Prodi, con delega a presiedere il Comitato Tecnico Scientifico della Legge n.488
(CTS), Consigliere del Ministro Berlinguer con compiti di coordinamento dei settori Scuola, Ricerca
e Formazione nel Mezzogiorno.
Professore, qual è la missione dell’Ente di cui è Presidente e quali sono le tematiche di
ricerca cientifica affrontate? Come è stata organizzata la rete scientifica?
Il CNR secondo quanto stabilito dal d. lgs. 127/2003 del ministro Moratti è un “ente pubblico
nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare l’attività
di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e la loro applicazione per lo
sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale del paese”.
Attualmente siamo in una fase di riordino, ma ritengo che i decreti legislativi che stiamo
attendendo difficilmente potranno modificare in maniera sostanziale la missione dell’ente.
Le principali tematiche di ricerca sono quelle che identificano gli undici dipartimenti del
CNR: Terra e Ambiente, Energia e Trasporti, Agro-Alimentare, Medicina, Scienze della Vita,
Progettazione Molecolare, Materiali e Dispositivi, Sistemi di Produzione, Tecnologie dell’I
nformazione e delle Comunicazioni, Identità Culturali e Patrimonio Culturale.
La rete scientifica dell’ente è composta, oltre che dagli undici dipartimenti con compiti di
programmazione, coordinamento e controllo, da centosette istituti presso i quali si svolgono le
attività di ricerca e, limitatamente a singoli progetti da svolgere in un tempo definito, da unità
di ricerca costituite presso terzi, essenzialmente università.
Come vengono selezionati i progetti di ricerca?
I progetti di ricerca sono selezionati dal CNR in base a tre criteri: il progetto deve
innanzitutto rispondere a bisogni reali della società, come diretta conseguenza della missione
stessa dell’ente; devono essere presenti le giuste competenze in relazione all’obiettivo che ci si
pone; è necessaria, infine, la presenza di un ottimo rapporto di collaborazione, non solo su scala
nazionale, ma anche internazionale. Nel portare avanti progetti di ricerca, il CNR infatti ha come
obiettivo primario anche quello di stimolare la cooperazione di più soggetti, attraverso la
creazione di network di ricerca.
Esistono tematiche che possono interessare più dipartimenti? Può fare un esempio di un
progetto di ricerca che richiede competenze interdipartimentali?
Senz’altro. Ritengo che l’impostazione vincente sia proprio quella di lavorare sulle frontiere
della conoscenza, stimolando l’intersettorialità. Esistono vari esempi di progetti scientifici che
necessitano di competenze “interdipartimentali”. Ad esempio, nei settori dell’ambiente, dell’e
nergia, della sicurezza o del patrimonio culturale.
Quanto ha spiegato è utile a introdurre il tema del rapporto fra i giovani e la scienza: le
frontiere della ricerca scientifica dovrebbero rappresentare per i giovani delle autentiche sfide,
eppure assistiamo al calo delle iscrizioni nelle facoltà scientifiche. Quali sono, a suo avviso, le
cause?
E’ abbastanza frequente sentire che materie come la matematica siano per i giovani uno scoglio
insormontabile, addirittura un incubo. In realtà, questo non riguarda soltanto i giovani di oggi,
ma ha riguardato intere generazioni. Personalmente credo che le motivazioni spesso si debbano
ricondurre al modo in cui questa materia viene insegnata nelle scuole. Se un professore fosse in
grado di far appassionare gli studenti allo studio di questa disciplina, questi si iscriverebbero
molto probabilmente a facoltà scientifiche.
Ritengo che nell’insegnamento della matematica si dovrebbe partire dall’osservazione della
realtà e non dalle formule. Le formule matematiche non debbono essere presentate come meccanicismi
astratti, ma come qualcosa di molto concreto, ovvero come la chiave per interpretare i processi
alla base della natura e della vita. Un’ iniziativa lodevole è quella promossa dal Ministro della
Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni: creare un comitato di esperti per capire e cercare di
intervenire sui programmi scolastici, sia delle medie inferiori che delle medie superiori, al fine
di superare lo scoglio dell’apprendimento di questa disciplina da parte degli studenti italiani.
Nutro solo qualche dubbio sulla composizione del comitato: esso è formato in prevalenza da docenti
universitari, a cui si aggiungono qualche dirigente tecnico, due esperti, un operatore di un
ufficio scolastico regionale e solo tre docenti di scuola secondaria. A mio avviso, a questa “task
force” dovrebbe invece partecipare un numero più nutrito di professori di scuola secondaria, ed
anche rappresentanti degli studenti.
L’Ente di ricerca da Lei guidato si avvale della collaborazione di molti giovani
ricercatori? Quali prospettive hanno questi giovani? E nel Mezzogiorno?
Attualmente al CNR ci sono circa 3000 - 4000 giovani che collaborano e circa 4200 ricercatori
dipendenti. Il numero di giovani che vive la condizione del precariato è decisamente elevato. Per
fare ricerca, è necessario avere motivazioni e soddisfazioni, e ciò avviene solo se si lavora in
ambienti dove emerge la cultura del merito. Una delle maggiori demotivazioni per i giovani più
capaci è quella di vedere avanzamenti di carriera in base ad automatismi che nulla hanno a che
vedere con la meritocrazia.
Noi stiamo realizzando una precisa politica per i giovani. Dal 2 gennaio 2008 saranno
assunti, stabilmente, centoventisette vincitori di concorso nell’ambito dell’Intesa MUR/CNR per il
Mezzogiorno, a cui si aggiungono altri trentotto ricercatori che saranno assunti non appena
concluse le procedure concorsuali in corso.
Inoltre, in tutta Italia, per altri centosessantatre ricercatori e undici collaboratori
tecnici sono già state avviate le procedure concorsuali e formate le commissioni che si
insedieranno a gennaio 2008. Personalmente, ho intenzione di proporre al Consiglio di
Amministrazione, attraverso una delibera ad hoc, un piano quinquennale di assunzioni, all’interno
del quale siano anche programmate le progressioni di carriera, in base al merito e non all’a
nzianità. Spero vivamente di riuscirci perché è importante che i giovani abbiano davanti a loro un
quadro di certezze e di garanzie.
Presidente, quali sono le sfide più importanti che, fin da giovane, ha dovuto
affrontare?
E’ una domanda molto importante, che mi permette di far comprendere le ragioni per le quali
credo fermamente nella cultura del merito.
La laurea è stata la mia prima sfida, essendo io il primo laureato della mia famiglia. Ho
fatto sacrifici enormi, mantenendomi agli studi grazie alle borse di studio. Per ottenerle era
necessario superare un certo numero di esami all’anno, mantenendo una media elevata. Avevo la
consapevolezza che, se non fossi riuscito a ottenere la borsa di studio, non mi sarei mai laureato.
La seconda sfida l’ho combattuta quando ho deciso di intraprendere la carriera universitaria. Anche
qui ho dovuto affrontare sacrifici enormi, che sono riuscito a sopportare perché per me fare il
professore universitario era una forma di riscatto sociale. Tutto quello che sono riuscito a fare,
dopo essere diventato professore ordinario, è stato certamente impegnativo, ma non ha comportato
sacrifici paragonabili a quelli sostenuti in precedenza. Certo è che, se non avessi incontrato
professori che hanno creduto in me, non avrei vinto quelle sfide.
Quali saranno le prossime frontiere della scienza?
Viviamo nella società della conoscenza, caratterizzata da fenomeni di mutamento rapidi e
improvvisi. E’ difficile quindi identificare con certezza le prossime frontiere della scienza.
Quello che è certo è che la ricerca si svilupperà sempre più nei settori cruciali per la
sopravvivenza della specie e la qualità della vita.
Prof. G.Pezzoli
Direttore dell’attuale Centro italiano per la diagnosi e la cura della Malattia di Parkinson e
delle sindromi ad essa correlate,
Gianni Pezzoli è medico di fama internazionale.
Presidente dell’Associazione Italiana Parkinsoniani, che raccoglie circa 20mila famiglie di
pazienti, e della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson, che si occupa di raccolta fondi,
dal 1998 è coordinatore scientifico della World Parkinson’s Disease Association (WPDA), l’o
rganizzazione mondiale delle associazioni di pazienti, e dal 1990 membro e fondatore del "Network
of European CNS Transplantation and Restoration" (NECTAR), il primo gruppo europeo finalizzato al
trapianto in encefalo o all’infusione intracerebro-ventricolare di fattori trofici, per la cura di
malattie neurodegenerative.
Nato a Codogno nel 1951, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1975 con lode, conseguendo
due specializzazioni: in Neurologia nel 1979 e in Neurochirurgia nel 1990.
Dopo la specializzazione, ha svolto un post-doctoral training presso il Neurological
Institute presso la Columbia University di New York, nel gruppo di "Movement Disorders" di Stanley
Fahn, istituto nel quale è tornato più volte per soggiorni di studio.
Nel 1999 è stato insignito dell’Onorificenza di Grande Ufficiale al merito della Repubblica
Italiana. È autore di numerose pubblicazioni sulle principali riviste internazionali e nazionali,
abstract congressuali, contributi e letteratura per i pazienti.
Qual è, in generale, il livello della ricerca medico-scientifica in Italia? Quali sono le
prospettive e i traguardi raggiunti?
Per quanto riguarda la ricerca biomedica in Italia si dicono sempre le stesso cose: esistono
persone preparate che molto spesso sono costrette a emigrare all’estero ed esistono pochi fondi a
disposizione. Purtroppo è tutto vero. L’Italia ha avuto una tradizione culturale e scientifica
molto importante fin dal Rinascimento; eppure l’atteggiamento della nostra classe politica è quello
di guardare solamente al presente o al futuro prossimo e avere così una visione a breve termine
delle potenzialità del Paese. Un Paese come il nostro, che non ha risorse primarie, in cui l’i
ndustria sta fuggendo verso aree a costo inferiore, dovrebbe valorizzare le menti migliori e
puntare sulla ricerca scientifica, sull’arte, sulla letteratura, su tutte quelle ricchezze che noi
possediamo al decuplo rispetto alle altre nazioni. Quello che ci manca è la convinzione di puntare
su certi temi.
Che cosa dovrebbe fare la politica per favorire la ricerca?
La classe politica dovrebbe saper investire a lungo termine; invece di lasciarsi trasportare
dalle istanze del quotidiano, dovrebbe pensare al futuro delle prossime generazioni, che avranno
difficoltà sempre maggiori nel campo industriale, perché la concorrenza dei paesi emergenti sarà
sempre più pressante.
C’è qualcosa che si salva?
C’è l’entusiasmo; c’è l’orgoglio. Nonostante tutto, la ricerca è un’attività estremamente
motivante. Chi se ne occupa, è consapevole di essere la punta di un iceberg, e difficilmente l’a
bbandona, a patto di ricevere uno stipendio che gli permetta di condurre una vita dignitosa.
Dignitosa, ma non ricca. Chi vuole diventare ricco, non sceglie questa strada.
È anche vero che la ricerca è appannaggio delle menti giovani, che hanno il tempo per
investire energie in progetti di lunga durata. Una persona matura può fornire un apporto di
esperienza notevole, ma è difficile che si impegni in un progetto che vedrà uno sbocco dopo 20
anni. Se vengono motivati, i giovani sono il vero motore dello sviluppo.
Qual è il rapporto dei giovani scienziati con la ricerca? Sono interessati o preferiscono
intraprendere carriere più semplici e redditizie?
L’interesse c’è sempre, soprattutto nei giovani migliori, quelli che hanno la curiosità per
tentare di scoprire le ragioni dei vari fenomeni biologici e patologici. Nel mio settore,
neuroscienze e neuropatologia, la ricerca ha permesso di raddoppiare la vita degli italiani: nel
1861, in occasione del primo censimento del Regno, la vita media di un italiano era 42 anni, mentre
oggi è intorno agli 80 anni. In 150 anni abbiamo raddoppiato la durata della vita, scoprendo gli
antibiotici, combattendo la mortalità infantile, creando la prevenzione, sconfiggendo piaghe
croniche, come la tubercolosi e la malaria, e tutte le patologie da complicanze di malattia virale
e batterica. Ora l’obiettivo è curare le malattie neurodegenerative che compaiono con l’età adulta,
dai 60 anni in poi.
Quali sono i prossimi traguardi da raggiungere per la ricerca in Italia?
Per noi l’impegno maggiore è trasformare questa casistica in informazioni per la scienza. La
nostra fondazione investe nella ricerca scientifica anche per costruire un sapere da condividere
con il mondo intero.
Purtroppo in Italia il legislatore non si pone l’obiettivo di fare concorrenza a livello
internazionale: pur essendo consumatori di farmaci, solo lo 0,06 per centro del PIL proviene dalla
ricerca clinica o industriale farmaceutica. Nel Regno Unito si parla dello 0,5%, mentre in Svizzera
si raggiunge l’1%. In poche parole, abbiamo la possibilità di studiare i farmaci qui nel nostro
Paese, ma li deleghiamo ad altre nazioni, perché non siamo abbastanza competitivi da un punto di
vista legislativo.
Scendendo nel particolare, in che cosa non siamo competitivi?
Ad esempio abbiamo 250 comitati etici, fatto unico in tutto il continente: di recente la Svezia
ha dichiarato l’intenzione di ridurre i suoi 8 comitati a uno, come in Finlandia.
Il Centro Parkinson di Milano è un caso di eccellenza. Qual è il livello della sanità in
Italia?
Questo è probabilmente il centro più grande del mondo con 8 neurologi dedicati alla malattia di
Parkinson. Abbiamo 15mila pazienti in database e cresciamo di 1300 unità all’anno. Abbiamo creato
una fondazione che lavora per ottenere donazioni. Si tratta di uno sforzo privato che si affianca a
un’organizzazione sanitaria, come quella italiana, che è molto valida, a mio avviso. La spesa
sanitaria italiana ammonta a 110 miliardi di euro, ma copre 60 milioni di persone. Sono mediamente
1800 euro a persona. Molti dicono che negli Stati Uniti i pazienti sono seguiti meglio, ma se
guardiamo la mortalità media, scopriamo che noi viviamo di più. E poi in Italia le cure sono
gratuite.
Quali progressi ha fatto il Centro Parkinson negli ultimi anni?
Per non autoreferenziarmi, posso dirle che negli ultimi due anni ha avuto importanti
pubblicazioni, raggiungendo un impact factor paragonabile a quello dei maggiori centri del mondo.
Abbiamo pubblicato sulle riviste più importanti, quest’anno sul New England Journal of Medicine.
Purtroppo non posso dedicarmi esclusivamente alla ricerca, ma nella mia posizione, devo pensare a
trovare i soldi per proseguire.
Come trovate i finanziamenti?
Almeno 50% dei fondi proviene dalla Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson. A questo
centro medico si aggiunge il lavoro di molte persone esterne che fanno fund raising, diretto o
indiretto, e le altre attività, come Telethon. La restante parte dei finanziamenti proviene dalle
aziende farmaceutiche che pagano in Italia l’80% della ricerca.
Che cosa pensa del progetto di Bayer Making Science Make Sense - “Fai Volare la Tua Mente”?
Se c’è un’azienda che vuole incentivare ragazzi a fare ricerca, non posso che essere felice.
Anzi, dovrebbero farlo tutte.
Quali consigli darebbe ad un giovane che aspira ad intraprendere il suo stesso percorso
lavorativo?
Va detto che la ricerca non è per tutti, ma per le persone curiose e precise che amano
cimentarsi con l’ignoto e ottenere risposte di ordine scientifico. In Italia in questo momento è
decisamente arduo dare un consiglio di questo genere: un giovane che intraprende questa strada deve
avere capacità maggiori degli colleghi degli altri Paesi, non avere incombenze economiche
pressanti, conoscere le lingue per confrontarsi con gli altri e avere capacità politiche, perché da
noi è tutto politicizzato. Qui si fa meno ricerca, perché ci sono meno finanziamenti: il 5 per
mille, istituito con la Finanziaria del 2006, sarebbe potuto diventare una valvola di sfogo per
associazioni, centri di ricerca e ospedali, mentre nella prossima legge forse verrà ridotto all’1
per mille. Da circa 500 milioni, si passerebbe a 100. Se questo è l’investimento che noi facciamo,
cosa potremo dare alle generazioni future?
Che cosa l’ha spinta a intraprendere questa carriera? Che ostacoli ha incontrato e quali
sacrifici ha dovuto affrontare? E quali gratificazioni ha ricevuto?
Il rapporto con il paziente è la prima gratificazione. Poi la capacità di fare diagnosi rapide
e precise, grazie all’esperienza. Sono stato fortunato, ma ho lavorato tanto e tuttora lavoro.
Molti arrivati alla mia età tornerebbero volentieri giovani, mentre io non tornerei indietro,
perché ho faticato tanto, ma rifarei tutto, perché vedo ora i risultati del mio impegno, vedo che
la nostra ricerca cresce a livello esponenziale e così anche la fiducia dei pazienti.
Prof. C.Cannella
Carlo Cannella è Professore ordinario di Scienze dell'Alimentazione presso la
Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università "La Sapienza" di Roma, dove dirige il Centro
Interuniversitario Internazionale di Studi sulle Culture Alimentari Mediterranee e la Scuola di
Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione.
E' inoltre socio ordinario della Società Italiana di Biochimica dal 1970 e della Società
Italiana di Nutrizione Umana dal 1986; dal 1998 è socio onorario della Società Italiana Obesità.
Professor Cannella, crede che l’iniziativa promossa da Bayer possa diventare fattore di
sensibilizzazione dei giovani alla ricerca?
I giovani che si avvicinano alle scienze di base sono sempre di meno e i docenti possono fare
molto in questo senso, dando loro gli strumenti necessari al raggiungimento di una formazione
adeguata ed avvicinarli alla ricerca scientifica in virtù anche dei nostri grandi modelli del
passato, quali i Premi Nobel Giulio Natta, Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi.
Bayer promuovendo questa iniziativa contribuisce a dare così un volto più giovane al mondo
della ricerca scientifica stimolando i giovani a divenire promotori di progetti nuovi ricchi di
spunti ad ampio respiro.
L’idea di dividere le aree di progetto nelle tre categorie: salute umana e animale;
protezione delle colture e nutrizione;materiali innovativi è assolutamente nuova. Mai come in
questo momento infatti sta diventando importante avvicinare il “sistema agro-alimentare” nella sua
interezza: dalle produzioni vegetali, a quelle animali fino alla nutrizione umana, alla
dietoterapia e alle biotecnologie che scaturiscono dalle applicazioni del sapere nei settori della
fisica, chimica e biologia molecolare.
Con il sinergismo di ricerche nel settore bio-medico siamo arrivati a conoscere aspetti
della nutrizione umana prima inesplorati per approfondire i quali occorre una maggiore
interdisciplinarietà che coinvolga anche le scienze agrarie e del comportamento.
Ritiene a questo proposito che la nostra politica possa contribuire a creare una nuova
cultura nell’ambito delle tecnologie alimentari?
Il Ministero della Salute insieme a quello dell’Agricoltura possono contribuire a dare forza
alla cultura dell’agricoltura sostenibile. Studiare le tecnologie alimentari vuol dire mettere al
servizio della scienza anche studi che già conosciamo, approfondendoli più efficacemente: gli studi
sugli OGM ad esempio non devono andare sprecati; occorre dosare bene il nostro sapere e metterlo al
servizio della tecnologia non escludendo a priori delle possibilità che se applicate da ricercatori
esperti porteranno non tanto a vantaggi economici quanto ad un incremento delle produzioni per
garantire una equa distribuzione di cibo per tutti.
Alimentazione e Ambiente: qual è lo stato della ricerca nel suo specifico settore e quali i
temi più vivaci di discussione?
Un tema molto vivace della ricerca è costituito in questo momento dal filone della
nutrigenomica ovvero la scienza che studia l’interazione tra il nutriente che deriva dagli alimenti
che ingeriamo e il nostro DNA. Quando mangiamo, nel nostro apparato digerente avviene la
trasformazione dei cibi in molecole semplici (nutrienti) che rendono possibile la vita del nostro
organismo. Questi nutrienti non partecipano soltanto al metabolismo ma interagiscono anche con il
DNA ovvero con il nostro patrimonio genetico rendendo possibile la sua realizzazione fenotipica.
Da qui deriva anche la correlazione tra uomo e ambiente: se due gemelli vivono in due
ambienti diversi presenteranno delle caratteristiche diverse anche se geneticamente provengono
dalla stessa madre.
Il tema del diritto all’alimentazione cede il passo al diritto di un’alimentazione adeguata
che consenta all’individuo non solo di sopravvivere ma soprattutto di esprimere il proprio
patrimonio genetico. Questo apre nuove frontiere alla lotta contro la malnutrizione: non solo dare
cibo a chi è malnutrito per placare lo stimolo della fame ma somministrare il cibo giusto per
esprimere al meglio le potenzialità del genotipo, per il benessere del singolo e della
collettività.
L’alimentazione è argomento di discussione soprattutto in questi ultimi anni e il tema è
spesso legato a ulteriori problematiche come la malnutrizione o patologie legate ai disturbi
alimentari come l’anoressia.
Quanto è importante la comunicazione? Non crede che spesso il messaggio da veicolare venga
distorto da alcune campagne pubblicitarie?
La comunicazione è importante in ogni caso, basta saperla dosare in base al messaggio che si
vuole trasmettere e alle persone cui deve essere veicolato.
La scelta di una campagna pubblicitaria può sortire effetti positivi se il pubblico cui il
messaggio è indirizzato è preparato. A mio parere invece c’è più la tendenza a impressionare che a
far capire l’importanza di un problema vero qual è quello della anoressia; così invece di dare
informazione si stimola al pietismo. Non bisogna sottovalutare innanzitutto che si tratta di una
patologia che non affligge solo le modelle ma tante persone che vengono confuse da messaggi che
etichettano i cibi in buoni e cattivi o dannosi. Sarebbe meglio in generale preparare il pubblico
di adolescenti e giovani con una campagna di educazione atta a creare una cultura di base per un’a
limentazione adeguata al bisogno per il mantenimento e l’accrescimento corporeo. A tal fine tutti i
cibi sono “buoni” se consumati nella giusta quantità e senza attribuire loro effetti salutistici
e/o terapeutici.
Concludendo la nostra intervista, cosa consiglia a un giovane che voglia intraprendere la
strada della ricerca scientifica?
Iniziative come questa possono avvicinare i giovani alla ricerca e spingerli ad avere fiducia.
La ricerca è una materia in continua evoluzione ma ha anche un percorso lento: è importante essere
ottimisti e avere coraggio, anche essendo consapevoli di dover fare sacrifici per arrivare alla
meta.
La collaborazione in team è essenziale in questo senso perché privilegia la sinergia delle
forze utile al raggiungimento di migliori risultati. Il messaggio di Bayer a mio parere ‘Fai volare
la tua mente’ serve proprio a questo: fare in modo che da queste iniziative proposte si voli
insieme verso uno sviluppo più cosciente del pensiero tecnologico.
Prof. P.Ferraris
Paolo Ferraris nasce ad Alessandria nel dicembre del 1938.
A 25 anni (1963) si laurea in Ingegneria Elettrica al Politecnico di Torino, da dove parte e
si sviluppa la sua carriera in ambito universitario.
Titolare della cattedra di Macchine e Azionamenti Elettrici del Politecnico; Coordinatore del
gruppo di ricerca sulle Macchine Elettriche e l’Elettronica per l’Energia, per cui ha ottenuto
riconoscimenti a livello mondiale; Direttore dell’Istituto di Macchine Elettriche e del
Dipartimento di Ingegneria Elettrica; Coordinatore del Collegio dei direttori di dipartimento;
Membro del Consiglio di Amministrazione e Responsabile della Commissione Relazioni Esterne dello
stesso ateneo: queste le tappe del percorso accademico del Prof. Ferraris.
Dal 1993 gli è stata conferita la responsabilità accademica della sede di Alessandria del
Politecnico di Torino.
Autore di oltre 100 pubblicazioni in campo scientifico, ha ottenuto innumerevoli
riconoscimenti a livello internazionale; in qualità di relatore ha spesso rappresentato l’Europa in
ambiti strategici ed è responsabile di molti progetti di ricerca con finanziamenti pubblici e
privati, sia a livello nazionale sia internazionale.
La sua carriera istituzionale ha visto Ferraris ricoprire numerosi incarichi come: Presidente
nazionale del settore Macchine e Azionamenti Elettrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche
(CNR), membro dell’AEI (Associazione Elettrotecnica Italiana), della SEER (Sociétè de
Electrotechique et de Electonique de France) e dell’IEEE (Institute of Electrical and Electronics
Engineers); Presidente della European Power Electronics Association con sede a Bruxelles, ed in
seguito responsabile nazionale del progetto ‘Veicoli Elettrici’ del Ministero della Università e
Ricerca Scientifica.
Per la sua attività in campo nazionale ed internazionale e per il suo contributo alla ricerca
scientifica ha ricevuto la nomina a Commendatore della Repubblica Italiana per motivi civili.
Cosa pensa dell’iniziativa promossa da Bayer come fattore di sensibilizzazione dei giovani
alla ricerca?
Non esiste una mancanza di interesse dei giovani verso la ricerca, manca l’informazione!
Ritengo che questa tipologia di iniziative sia un utile veicolo per generare cultura sul
mondo della ricerca scientifica, uno dei fattori trainanti per l’innovazione futura del nostro
Paese.
Fare cultura è fondamentale ma lo è soprattutto veicolare l’informazione verso l’universo
giovanile, nei tempi e nei contesti più appropriati. Quello che auspico è che nascano sempre più
progetti di questo tipo, non indirizzati soltanto al mondo universitario per sensibilizzare alla
ricerca scientifica e all’innovazione, ma estesi anche alle scuole secondarie dove si potrebbe
incoraggiare i potenziali talenti scientifici del domani.
Quello che manca è un corretto orientamento alla scelta della facoltà che deve avvenire già
da queste fasi.
Binomio cultura e informazione per un reale sviluppo concreto, e non solo ideale, del nostro
Paese.
…e sulla mancanza dei fondi destinati alla ricerca?
Ho una mia personale convinzione sui fondi destinati alla ricerca scientifica.
Credo siano utili quelli destinati agli atenei per iniziative di ampio respiro; tuttavia
sulla base della mia lunga esperienza ritengo che sarebbe molto importante che le istituzioni
fornissero ‘fondi liberi’ agli atenei da gestire in autonomia per poter cogliere quelle opportunità
che spesso la lenta burocrazia non consente di cogliere. ‘Carpe diem’ dal latino: spesso piccoli ma
veloci investimenti consentirebbero di non lasciarsi scappare delle opportunità che nel tempo
potrebbero trasformarsi in importanti occasioni di sviluppo! Gli atenei avrebbero così la
necessaria flessibilità per poter creare posizioni al proprio interno su progetti specifici, che
spesso nascono da una domanda di innovazione e ricerca sollecitata dall’esterno.
Si parla spesso di fuga dei cervelli all’estero. Qual è il suo parere in merito?
Il problema esiste e si allinea a quello della mancanza di cultura.
In Italia abbiamo la necessità di raddoppiare il numero degli ingegneri: sono ancora troppo
poche le persone che approdano nei settori trainanti dell’ingegneria e proseguono nel campo della
ricerca scientifica e tecnologica. Quando poi capitano “a tiro” menti eclettiche non abbiamo
nemmeno, talvolta, la capacità o l’opportunità di catturarle per mancanza di flessibilità e fondi
liberi da poter utilizzare.
Qual è lo stato della ricerca nel suo specifico settore?
I problemi che oggi vengono e devono essere maggiormente affrontati sono quelli dell’E
nergetica. Dobbiamo però distinguere ciò che va di moda, da ciò che è potenzialmente importante
sviluppare.
In secondo luogo va fatta un' ulteriore distinzione tra i bisogni concreti a livello
mondiale e quello che è realmente necessario per recuperare la capacità di innovazione italiana.
Un argomento che si collega con la vocazione all’innovazione legata anche agli investimenti.
Una esperienza positiva che posso citare, realizzata nel territorio dell’alessandrino dove
attualmente opero, è una iniziativa di co-finanziamento promossa da un noto istituto di credito
previsto e rivolta alle aziende del territorio circostante per sviluppare tecnologie, con la guida
del Politecnico di Alessandria e a carico dell’Accademia; ma con un’ingerenza minima della
burocrazia.
Il territorio, le aziende, hanno reagito molto bene!
Un altro aspetto fondamentale nella ricerca è quello dell’interdisciplinarietà, un modus
operandi applicato nella Sede da me diretta e che ci permette ogni giorno di identificare notevoli
problemi, che altrimenti rimarrebbero latenti.
La frammentazione organizzata del sapere costituisce uno dei principali handicap delle
strutture universitarie tradizionali. Necessario è inoltre un rapporto di stretta collaborazione,
non soltanto occasionale, tra atenei, aziende, ricercatori e istituzioni.
Nella Sede di Alessandria sono state oltre 300 le convenzioni formali stipulate con le
aziende per stages (obbligatori) e tesi, con risultati eccellenti e ben apprezzati in campo
nazionale.
Cosa consiglierebbe ad un giovane che desideri intraprendere un percorso professionale
nella ricerca scientifica?
Prima di iniziare il viaggio all’interno della ricerca scientifica è basilare stabilire
rapporti con fonti informative qualificate e di fiducia.
Un ottimo spunto è offerto dalla lettura di riviste scientifiche divulgative, come “Tutto
Scienze”.
Sicuramente non è facile fare tutto in completa autonomia.
Importante è non lasciarsi condurre solo dalle passioni, ma affrontare con estrema
concretezza le proprie scelte. Non è una strada semplice, ma può dare grandi soddisfazioni e
soprattutto aiutare lo sviluppo in quei settori determinanti per il futuro del nostro paese e,
spero, non coincidenti con i temi di moda.
Ci racconta perché ha scelto di intraprendere quello che poi è stato un percorso
professionale di successo, quali i problemi e le difficoltà incontrate?
Oltre ad una passione e vocazione naturali, la scelta di iscrivermi alla Facoltà di ingegneria
elettrica, nasce dalla convinzione che questo indirizzo sia, ancora oggi, così come allora, il più
eclettico e di base, dove vengono formati gli ingegneri con maggiori possibilità di convertirsi in
altri settori. Il mio percorso è stato ricco di esperienze nazionali ed internazionali di diversa
natura ed ho comunque sempre mantenuto una mente che non ha mai accettato passivamente ma ha sempre
avvertito l’esigenza del cambiamento. Mi considero un po’ un “deviazionista”.
Il docente conclude l’intervista parlandoci del Politecnico di Alessandria, "fiore all’o
cchiello’ nel panorama universitario italiano, e ribadendo la necessità di dialogo tra atenei ed
aziende, per poter sviluppare una ricerca orientata ai bisogni concreti della società.
“Cultura e informazione sono i punti di svolta per una innovazione reale del Paese Italia”.
Prof. G.Azzone
“Il mio augurio è che aumentino le persone che vogliono fare innovazione”.
Con questa premessa il Prof. Giovanni Azzone, Prorettore Vicario del Politecnico di Milano,
risponde…
Leader nel campo dell’analisi organizzativa e del controllo di gestione in imprese
industriali e Pubbliche Amministrazioni, il
Prof. Giovanni Azzone ha curato nel corso degli anni la progettazione gestionale e
il sistema di valutazione di diversi ministeri (Ministero del Tesoro, del Bilancio e della
Programmazione Economica, Ministero dell’Economia e della Finanza, ecc..), di imprese industriali e
la riorganizzazione amministrativa e logistica di diversi settori.
Nato a Milano nel 1962, il Prof. Azzone si è laureto con lode in Ingegneria delle tecnologie
Industriali ad Indirizzo Economico – Organizzativo presso il Politecnico di Milano, dove
attualmente insegna, in qualità di Professore Ordinario, Sistemi di controllo di gestione presso la
facoltà di Ingegneria dei sistemi del Politecnico di Milano.
Oltre alla carica di Professore Ordinario è anche Prorettore Vicario del Politecnico e dal
2004 è Vicepresidente del Sistema Universitario, presso il Ministero dell’Istruzione, Università e
Ricerca.
Sempre dal 2004 è membro del Consiglio di amministrazione della Scuola Universitaria
Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), mentre dal 2006 è membro del Consiglio di
amministrazione di Sviluppo di Como.
Tutta la sua carriera ruota intorno ad attività e ricerche di fondamentale importanza in
campo non solo universitario ma anche ministeriale. In tal senso lo troviamo membro di diversi
Comitati e Associazioni.
Stimolare e sensibilizzare alla ricerca. Pensa che i giovani vadano maggiormente educati o
piuttosto spronati riguardo questo tema?
Ritengo che non esista una risposta “univoca” a questa domanda in quanto difficilmente i
giovani si possono “categorizzare” ed entrambi gli aspetti sono complementari ed essenziali quando
parliamo di ricerca e di sensibilizzazione ad essa.
Sicuramente il tema dell’educazione è fondamentale ma anche quei giovani per natura ben
predisposti alla ricerca vanno spronati e aiutati a non essere solo semplici esecutori ma anche
apportatori di conoscenza. Il tutto si racchiude nel tirar fuori le loro potenzialità e nell’e
videnziarle.
La ricerca scientifica italiana, specificatamente nel Suo settore, è al passo con il resto
del mondo?
Il mio settore è un po’ anomalo, in quanto mi occupo di analisi organizzativa e gestionale e
non proprio di tecnologia, per cui mi risulta un po’ difficile dare un quadro completo e univoco. A
parte questa premessa, ritengo che i ricercatori italiani siano comunque allineati a quelli
internazionali, forse meno presenti per le “punte massime” (come premio Nobel ) ma decisamente
uniformati al resto del mondo.
La ricerca di menti innovative in quali termini potrebbe potenziare la ricerca e lo studio
scientifico, se di base mancano le strutture e i fondi necessari per sviluppare qualsiasi
progetto?
Di base contesterei la domanda (in modo benevolo naturalmente..) perché nonostante abbiamo
meno fondi rispetto agli altri paesi, se ci sono buone idee ci sono anche i finanziamenti.
Infatti, più che carenza di fondi parlerei di carenza di certezze ma anche questa non la
riterrei un’ affermazione assoluta perché chi ha proseguito la strada della ricerca ha trovato
comunque delle opportunità, con i relativi sacrifici e limiti come in qualsiasi settore.
Quale ritiene sia attualmente il valore del Politecnico nel mondo della ricerca scientifica
e della tecnologia?
Per rispondere a questa domanda mi avvalgo dei dati quantitativi deducibili dalle statistiche
effettuate.
Risultiamo secondo i dati del Times essere al 60° posto nel mondo e al 15° in Europa.
Non siamo lontanissimi da posizioni di rilievo se consideriamo che, nel campo dell’Ingegneria
del software, siamo all’ 8° posto.
Sono certamente dei dati migliorabili e l’obiettivo è proprio quello di potenziarli e
perfezionarli, per aumentare il valore e l’importanza italiana nel campo della ricerca e della
tecnologia.
Cosa si sentirebbe di consigliare ad uno studente che vorrebbe intraprendere il suo stesso
percorso lavorativo?
“Lo stimolo equivale a voler cambiare il mondo”. Penso che questa massima racchiuda in sé la
risposta alla Sua domanda.
Fondamentale è seguire questa strada solo se si è veramente interessati perché nel lungo
periodo il lavoro stanca, per cui lo stimolo deve essere vero e forte.
In secondo luogo, occorrono buoni studi e quindi la scelta di una buona Università è
sostanziale (italiana o estera è indifferente perché entrambe equivalenti, soprattutto vista la
collaborazione e l’interazione reciproca), che dia delle basi solide e sicure.
Bisogna sempre partire dal presupposto che essere Ingegneri equivale all’idea di voler far
funzionare meglio la realtà in cui viviamo e senza impegno, costanza e volontà, tale premessa non
può concretizzarsi.
Prof. R.Ugo
Con alle spalle una lunga esperienza sia a livello nazionale che europeo in campo scientifico,
didattico e manageriale (Gruppo Montedison, Shell, Givaudan e Arthur D.Littlee) oltre che
istituzionale (Ministeri, Regione Lombardia, Comune di Milano, CNR, Unione Europea)., il
Prof. Renato Ugo ha anticipato importanti temi nel campo dell’innovazione,
dedicando gran parte della sua vita ad un’intensa attività di ricerca presso le maggiori
associazioni e federazioni (AIRI, Federchimica, Assobiotec).
Nato a Palermo nel 1938, il Prof. Ugo si è laureato con lode in Chimica Industriale presso l’U
niversità Statale di Milano, dove ha svolto tutta la sua carriera didattica, iniziata nel 1962
come Professore Incaricato, fino ad oggi come Docente Ordinario di Chimica Generale ed Inorganica
presso il corso di laurea in Chimica Industriale. Dal 1993 al 1996 è stato il rappresentante
italiano a Bruxelles sia presso il Comitato di consulenza per la Ricerca Industriale (IRDAC) dell’U
nione Europea che dal 2004 come membro dell’EURAB, Comitato di Consulenza del Commissario Europeo
per la ricerca e l’innovazione tecnologica. Sempre nel 2004 diventa membro del CIVR (Comitato di
Indirizzo per la Valutazione della Ricerca) e del MUR (Ministero dell'Università e della Ricerca),
ente avente il compito di valutare tutta la ricerca pubblica e universitaria italiana.
Dal 1983 è Presidente dell'AIRI (Associazione Italiana della Ricerca Industriale) che
rappresenta circa il 50% della ricerca industriale italiana.
Ritengo che alcuni settori possano vantare grandi meriti e punte di eccellenza. Il problema è
la presenza di strutture troppo piccole e spesso inadeguate rispetto ai competitori internazionali.
Vi sono poi invece organizzazioni come le ONLUS, per esempio Telethon, che si stanno “irrobustendo”
e stanno diventando sempre più strutturate. I settori più forti in termini di ricerca scientifica
attualmente sono quello biomedicale, meccanico ed elettronico; che hanno raggiunto ottimi risultati
paragonabili a quelli ottenuti dalla Germania. Il problema principale è legato agli Enti Pubblici
che non riescono a trovare la giusta soluzione per offrire adeguate strutture. A livello politico
manca la stabilità. Continui cambi di governo incidono in maniera considerevole su tali
problematiche; senza contare i notevoli tagli finanziari che colpiscono la ricerca
scientifica.
Purtroppo penso che il problema del basso livello scolastico italiano è da imputare alle
scuole medie inferiori e superiori che, il più delle volte, non sono in grado di offrire delle basi
solide, sia in termini di contenuti e preparazione, sia in termini di educazione. È anche vero che
chi ha le potenzialità e le capacità, e soprattutto la voglia di impegnarsi, riesce a raggiungere
degli ottimi livelli. Trovo che gli studenti in generale siano abbastanza motivati, soprattutto per
quanto riguarda il settore della Ricerca. Per esempio ho avuto un’ottima risposta per l’operato
svolto da alcuni Dottorati, miei collaboratori, che hanno recentemente vissuto importanti
esperienze di stage all’estero. L’italia è la culla della cultura umanistica e questo fattore è
ancora evidente e determinante; è il nostro punto di forza rispetto agli altri
paesi.
I fattori più importanti per intraprendere con successo questo tipo di percorso lavorativo
sono:
impegno (che dev’essere continuo),
capacità di sopportare momenti di forte stress e ritmi frenetici, curiosità (“il
sale della vita”) e
determinazione nel perseguire i propri obiettivi. Non bisogna mai perdersi mai d’a
nimo.
Il concetto di Innovazione è molto ampio e riguarda tanti aspetti della nostra vita. Ritengo
poi che l’innovazione sia importante in tutti i sistemi (scuola, strutture statali, ricerca, cura
della salute e dell’ambiente, telecomunicazioni…) In determinati campi, come per esempio quello
chimico, i risultati frutto dell’innovazione sono “più lenti” rispetto ad esempio a quello dell’e
lettronica. Tale concetto interessa comunque tutti i settori; c’ è un bisogno continuo di
innovazione, al fine di migliorare sempre di più il livello qualitativo della nostra
vita.
Sin da piccolo sono stato condotto agli studi e alla carriera universitaria da mia madre. In un
primo tempo il mio grande desiderio era fare l’archeologo, poi crescendo ho preferito dedicarmi
alla chimica. Ritengo che il senso di mistero riguardi entrambe queste mie passioni. Di sicuro non
ho mai desiderato passare gli anni lavorando “chiuso” tra le mura di un’industria. Per questo ho
svolto diversi tipi di attività nel corso della mia vita.
Di sacrifici nel corso della mia lunga carriera ne ho dovuti affrontare diversi. Basti
pensare che ho dovuto aspettare i 35 anni per iniziare ad ottenere un’adeguata retribuzione. Ho
lavorato duro, spesso stringendo i denti, e ancora oggi il lavoro mi costa tanti sacrifici, ma devo
anche dire che mi sono state date anche molte opportunità e ho avuto la fortuna di avere accanto
persone che mi hanno sostenuto e aiutato. L’importante è fare un lavoro che piace. Solo così i
sacrifici e le sfide che si presentano si affrontano in maniera positiva. Lo stress che vivi è di
tipo positivo; lo accetti perché svolgi un’attività che ti piace e ti appaga e che ti porta ad
avere soddisfazione di te stesso.

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